TuttoITS x Fondazione Cariverona

Upskill, i prototipi e i test all’orizzonte

Il progetto promosso da Fondazione Cariverona e Upskill 4.0 continua ad avanzare e si rivela un osservatorio privilegiato per capire come le imprese possono portare innovazione nel proprio perimetro, grazie a energie fresche, competenze tecniche e alla metodologia agile del design thinking

In collaborazione con: Fondazione Cariverona

Le imprese e gli studenti degli ITS sono i protagonisti principali del progetto Upskill, promosso da Fondazione Cariverona. Un ruolo fondamentale, per la riuscita dell’operazione, è però quello svolto da Upskill 4.0: partner dell’iniziativa, fedele alla sua mission di sviluppare progetti di innovazione per imprese, organizzazioni e territori, lo spin-off di Ca’ Foscari accompagna e traina i soggetti coinvolti. Attraverso la metodologia del design thinking, i giovani tecnici degli ITS, dopo un attento confronto con le realtà produttive e sociali coinvolte, elaborano le soluzioni concrete in grado di dare risposta ai bisogni di innovazione emersi.

TuttoITS, per fare un punto, ha intervistato Selena Brocca: project manager dell’intero progetto Upskill, segue operativamente quattro cantieri (tre a Mantova, uno a Verona). 

Upskill si articola in più tappe: a che punto siamo?

Siamo alla conclusione della terza fase, l’ideazione, e su tutti i progetti stiamo avviando la realizzazione del prototipo, la soluzione alle sfide lanciate dalle aziende. Con i gruppi di studenti ITS, stiamo iniziando a impostare il lavoro di sviluppo che li vedrà impegnati da adesso (agosto, ndr) a tutto il mese di settembre, per poi arrivare a ottobre con l’ultima fase di test.

L’empatia è il primo dei cinque passaggi previsti dalla metodologia Design Thinking. Come si costruisce?

Ė un grandissimo esercizio di apprendimento. Solo calandosi nel contesto delle aziende, confrontandosi con gli imprenditori, e i clienti attuali e potenziali, può verificarsi la vera comprensione non solo della sfida ma di tutto il percorso che deve essere messo in atto per realizzare soluzioni. Ė forse la fase più importante. Diversamente, bisognerà approfondire le informazioni che si sono tralasciate negli stadi successivi.

Che quadro ci restituisce il progetto Upskill della piccola e media impresa italiana?

C’è grande passione, spesso sono realtà consolidate da generazioni: con il passare del tempo molti processi produttivi e servizi sono stati innovati, ma manca una spinta all’innovazione interna o esterna. Partendo dai loro bisogni, costruiamo una sfida progettuale portata avanti da risorse giovani che apportano punti di vista altri, riuscendo a dare quelle risposte che le aziende faticherebbero elaborare per mancanza di tempo o di risorse. Nei territori c’è voglia di crescita e di innovare i saperi tradizionali. Gli studenti ITS si misurano su casi concreti, reali, nei quali poter essere d’aiuto. Sentono di essere considerati e capaci di risolvere problemi, innescando processi generativi.

Upskill 4.0 è la piattaforma 2022 del progetto Its 4.0il programma formativo-professionale promosso dal Ministero dell’istruzione e sviluppato in partnership con Università Ca’ Foscari Venezia che avvicina scuole e imprese sui temi della trasformazione industriale. Cosa apportate rispetto alla didattica già presente negli istituti?

Gli ITS sono percorsi di formazione tecnica che aiutano i giovani a sviluppare competenze professionali per inserirsi nel mondo del lavoro o a riposizionarsi e consolidare abilità già acquisite. Come Upskill, portiamo la possibilità di avere competenze di progettazione, e di sviluppo di innovazione in modo collaborativo, grazie a una metodologia consolidata, quella del design thinking: la troviamo funzionale perché permette, definito il campo di azione, di mettere in campo competenze di team multidisciplinari. Si evita il meccanismo delle strutture apicali, dove uno detiene tutte le conoscenze e gli altri eseguono. È un punto di valore che viene apprezzato dalle aziende quando i ragazzi vanno a fare i colloqui. Osserviamo il processo trasformativo sugli studenti: dover presentare, dopo ogni fase, le revisioni, dover motivare le scelte di progettazione, è un grandissimo esercizio che permette di sviluppare competenze di comunicazione efficace ma anche di pensiero critico, laterale. Come project manager cerchiamo di aiutarli a divergere, a elaborare soluzioni che comprendano bisogni diversi, non solo quelli legati all’imprenditore, ma anche quelli dei clienti e delle persone che dovranno utilizzare la soluzione.

Ci sono stati progetti omologhi (Upskill Sicilia, Upskill Perugia, Upskill Piemonte). La metodologia è la stessa; non c’è un rischio di generare ripetizioni?

Per fortuna no. Prima di di partire con lo sviluppo dei progetti, facciamo un vero e proprio accompagnamento alle aziende nella definizione della sfida. In collaborazione con la fondazione che ci supporta (Cariverona in questo caso, ndr), creiamo una manifestazione di interesse, le aziende partecipano e indicano il tipo di innovazione che vorrebbero. Contattiamo poi le imprese selezionate e affiniamo la proposta fatta, in modo da capire i bisogni inespressi, ma anche la logica di fattibilità. Le accompagniamo nella costruzione di una sfida che, lato nostro, è diversa dalle altre perché ci piace innovare i progetti che realizziamo; lato sviluppo, pensiamo a tutto quello che può essere realizzato da studenti che in molti casi si relazionano per la prima volta con il mondo del lavoro. Se inseriamo un giovane in un’azienda dicendogli “prendi in mano il marketing” non lo aiutiamo a crescere, se gli diciamo “mettiti a capire come automatizzare un singolo passaggio” non mettiamo in risalto le sue competenze. Bisogna dare un punto di vista più ampio.

Cosa succede quando finisce un progetto? Le aziende continuano a innovare, assumono anche?

Il nostro augurio è di dare alle aziende la possibilità di crescere ma anche ai giovani di trovare lavoro o potersi mettere in gioco, anche dopo la conclusione del progetto. In alcuni casi sono stati attivati stage, in altri le aziende hanno scelto di sviluppare internamente la proposta lanciata dagli studenti. I progetti che presentiamo hanno un piano di sviluppo, semplificato come time line e costi, che guarda al breve medio periodo, dagli uno ai tre anni. In alcuni casi si innesca subito la voglia dell’azienda di svilupparlo, in altri c’è bisogno di tempo per organizzarsi e andare a implementare la proposta, nella consapevolezza che dalla presentazione del prototipo al lancio sul mercato potrà passare del tempo.

Cosa suggerisce Upskill in termini di competenze e attitudini che le aziende devono abbracciare?

Devono sviluppare servizi: non basta più avere prodotto bello, di qualità ma è fondamentale abbinare servizi per permettere al cliente di sentirsi parte del processo produttivo, della storia e dei valori del marchio. Ė fondamentale l’utilizzo e la conoscenza degli strumenti digitali, di comunicazione, progettazione, sviluppo. Sono cambiati i processi di acquisto, prima passeggiavamo in centro, ora lo smartphone è la fonte di informazione: non dominare questa comunicazione significa privarsi di conoscere, farsi conoscere e avere spunti di innovazione importanti. Se vogliamo che i giovani si interessino ai mestieri più tradizionali che caratterizzano il tessuto produttivo italiano, bisogna mostrarsi al passo coi tempi e quindi interessanti per i nativi digitali. Il rischio è non avere ricambio generazionale, un tema molto delicato per le imprese.

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