L’analisi

In Italia i percorsi professionalizzanti si arrestano alle superiori

Meno dell'1% dei diplomati frequenta scuole professionalizzanti post-diploma come gli ITS: ecco cause, conseguenze e soluzioni nella prima tappa di un viaggio alla scoperta della filiera professionale in Italia

  Lavoro

Con questo servizio iniziamo un viaggio alla scoperta della filiera professionale in Italia in riferimento ai principali Paesi europei. Nella prima parte, questa, affrontiamo i percorsi professionalizzanti italiani della scuola superiore.

Partiamo dall’anomalia italiana di scarsità di percorsi di studio professionalizzanti rispetto all’Unione europea (Ue). Questo è un problema che nasce già con la scuola secondaria di secondo grado. Se sommiamo infatti gli iscritti ai tre indirizzi tecnico-professionali – gli istituti professionali di stato, gli istituti tecnici, l’istruzione professionale regionale -, otteniamo il 55% degli studenti totali. La quota è superiore a quella del 40% della Francia e del 46% della Germania (dati Eurostat e Ufficio statistico federale della Germania). Lo scenario però cambia quando si passa all’istruzione terziaria: in Italia meno dell’1% frequenta infatti i corsi professionalizzanti, gli ITS.

Italia-Francia-Germania: istruzione tecnica terziaria

Se in Italia è soltanto l’1% dei diplomati ad avviarsi agli ITS, in Francia il 58% dei diplomati segue i corsi triennali dell’Institut Universitaire de Technologie (IUT) o quelli biennali delle Section de Technicien Superieur (STS). In Germania il 37% è iscritto alle Fachochschulen di durata quinquennale o alle triennali Berufsakademie. Nella media europea un quarto dei giovani in possesso di titolo terziario proviene dai corsi a carattere professionalizzante.

Il problema in Italia riguardo la formazione tecnico-professionale è anche di tipo culturale. I figli di famiglie benestanti si orientano verso i licei, mentre chi proviene da ambienti meno avvantaggiati si orienta verso le scuole professionali. Questo avviene, purtroppo, indipendentemente dalla predisposizione accademica o pratica dello studente. La cosiddetta Technical and Vocational Education and Training (TVET, ovvero la formazione professionalizzante), in Italia è percepita di serie B, rispetto alla serie A dei licei.

Le conseguenze di una filiera monca

La formazione tecnico-professionale della scuola superiore è considerata di serie B ed è strettamente legata al livello economico delle famiglie di origine. Purtroppo, inoltre, in primo luogo va evidenziato che queste scuole superiori da sole non forniscono competenze adeguate per il mondo del lavoro. Non solo, come confermano i dati Invalsi 2019, questo tipo di formazione senza un adeguato prosieguo verso la formazione terziaria, non garantisce livelli minimi di competenza, né per il lavoro né per la vita.

Si sperimenta inoltre un limite alla crescita dei laureati in tutte le materie fra coloro che hanno frequentato la TVET. Ciò si riflette in un tasso di diplomati senza lavoro oltre che ad un più alto tasso di abbandono universitario. Certamente questo può dipendere anche dalla scarsa efficacia del tipo di studi universitari, ma anche dal fatto che le TVET attraggano studenti “deboli”, senza una chiara idea di ciò che intendono fare dopo la scuola.

Il circolo non virtuoso della filiera

Si instaura così il circolo non virtuoso (vedi intervista a Silvia Oliva) della filiera professionale italiana per cui, dopo la scuola professionale secondaria, si interrompe la formazione per il lavoro di alta qualifica senza arrivare ad acquisire le competenze della formazione terziaria.

Con questi risultati è presto detto: su 430 mila giovani diplomati alla secondaria di secondo grado, soltanto il 20-25% arriva alla laurea; il 75-80% arriva nel mondo del lavoro senza competenze professionali spendibili. La filiera professionalizzante è “monca” perché manca di competenze acquisibili attraverso la formazione professionale superiore. Per rendere l’idea del problema, l’Italia può contare solo su 16 mila allievi italiani della formazione terziaria professionale contro, per esempio, i 900 mila tedeschi. Un dato significativo se si considera che l’Italia è la seconda manifattura in Europa dopo la Germania.

Il divario presente tra domanda e offerta di lavoro qualificato in Italia è uno dei problemi che la formazione tecnica superiore degli ITS dovrà colmare nei prossimi anni. Nei prossimi servizi su questo tema affronteremo la quasi-assenza della formazione terziaria per il lavoro in Italia (seconda parte) e le sfide del futuro per formazione e lavoro (terza parte).

Quest’analisi è stata fatta traendo spunti e dati anche dai saggi di Andrea Gavosto e di Alessandro Mele in Discussion Papers n.3, 2020, Unimi 2040, L’assenza di un canale di formazione terziaria professionalizzante in Italia: come porvi rimedio?.

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Daniela Zambonini
Collaboratore
Giornalista |Docente Laurea triennale Comunicazione IUSVE
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