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Le competenze da sviluppare per trovare lavoro

Digitali, soft oltre a quelle hard: ecco il giusto mix per tenersi il proprio lavoro o essere più appetibili se si punta a nuove esperienze professionali

  Lavoro

In collaborazione con: inJob

Non solo chi cerca lavoro, ma anche chi ha già un’occupazione, deve continuare a sviluppare competenze. Il motivo è semplice: per quanto una mansione possa sostanzialmente non cambiare nel tempo, è il mondo attorno ad evolvere.

Pensiamo al caso degli insegnanti, che rispetto al passano hanno a disposizione nuovi tool in classe o modalità didattiche da remoto. Oppure ai professionisti in ambito retail od ospitalità: devono confrontarsi con innovativi sistemi di pagamento, prenotazione, e quindi con una gamma di fattori più ampi presenti nella quotidianità lavorativa e nella relazione con i clienti.

Acquisire nuove competenze è tanto più decisivo per cambiare settore: in genere si transita da una professione a un’altra relativamente coerente ma c’è anche chi consuma strappi più decisi. In quel caso, bisognerà quindi ripensare anche le proprie hard skill. Vale la pena ricordare infatti che ci sono competenze hard, quindi misurabili e verificabili, e soft: queste ultime non sono solo legate alla storia professionale del lavoratore ma anche alla sua vita privata. Ecco perché nel curriculum, seppur con metodo, vanno inserite le esperienze che hanno favorito l’apprendimento di abilità trasversali, come quelle ad esempio comunicative e organizzative. Le soft sono asset da spendere in ogni campo, con grande flessibilità. Posto che allora le cognizioni hard sono generalmente legate alla professione scelta, e certificate in linea di massima da un titolo o un attestato, quali sono tutte le altre necessarie per conquistare recruiter e datori di lavori? Ecco un riepilogo:


1. Alfabetizzazione digitale

Nessun ambito professionale è immune dalla trasformazione digitale: anche laddove non si richiedono conoscenze ultraspecialistiche di ambito Ict, è fondamentale essere in possesso di una solida alfabetizzazione che consenta di utilizzare dispositivi, device e di padroneggiare piattaforme sociali e software specifici. Anche le aziende piccole investono in strumenti in grado di accelerare il business e potenziarlo. Bisogna dedicare tempo a questi aspetti a prescindere dalle richieste tipiche della propria mansione. Farsi trovare pronti sull’expertise digitale dimostra infatti la capacità di restare al passo con l’innovazione e di potersi adattare alla crescita e alla trasformazione dell’impresa (quante, in pandemia, sono diventate digitali da un giorno all’altro per sopravvivere?)

2. Il fattore linguistico
In alcuni lavori, la conoscenza delle lingue è propedeutica. Tuttavia, padroneggiare più idiomi significa poter agganciare numerose opportunità, soprattutto per chi fa business. Per interagire con altri mercati, e con potenziali compratori, magari sulle tante vetrine e-commerce, è necessario poter parlare e capirsi. Perché rinunciare allora a questo asset, posto che ci sono tanti modi, anche comodi e piacevoli, per diventare poliglotti? Conoscere le lingue significa anche essere pronti nel caso in cui l’azienda sia acquisita da una proprietà straniera: nuovi interlocutori, nuove chance di carriera. Perché rinunciarci?

3. Creatività e pensiero laterale
Le aziende sperano sempre di portare a bordo dipendenti dotati di creatività e pensiero laterale. Che significa? I problemi nella routine professionale non mancano mai e per risolverli ci vuole a volte una visione diversa dal solito schema che porta dal punto A al punto B. Bisogna saper cambiare prospettiva, individuare soluzioni inedite e scardinare i vecchi schemi di pensiero. Saranno abilità sempre più importanti in un mondo che cambia più velocemente e che spinge le aziende ad adattarsi.

4. Time management
Davvero le aziende sono attente alle modalità con cui i dipendenti gestiscono il tempo? Sì e lo saranno sempre più, visto che in numerosi paesi si fanno largo sperimentazioni che hanno a che fare con la durata della settimana lavorativa (i famosi 4 giorni, ad esempio). Saper gestire il tempo non ha a che fare solo con le scadenze e le deadline, ma anche con la capacità di pianificare obiettivi, interagire con gli altri, delegare e stabilire priorità sul medio-lungo termine.

5. Leadership (per i tempi che corrono)
La capacità di guidare, e non solo di seguire, non è per tutti. Ma bisogna allenarla: a differenza del passato, l’attitudine verticistica paga meno e tutte le organizzazioni sono diventate più orizzontali, con team più piccoli e fluidi. Da non sottovalutare poi il fattore “da remoto”: oggi i dipendenti non sono tutti in ufficio e bisogna saper dare le giuste motivazioni, e la giusta pressione, anche a quelli lontani.

6. La cara, vecchia, intelligenza emotiva
Il Santo Graal di tutte le soft skill: un blend, per dirla alla Daniel Goleman, di autocontrollo, empatia, attenzione agli altri, pervicacia. Non conta il ruolo ricoperto, chi sa rapportarsi in maniera emotivamente intelligente rappresenterà un valore aggiunto imprescindibile in ogni ambito dell’organizzazione. Una qualità ancora più necessaria in una stagione dove nuovi paradigmi sono presenti nella società e quindi nel lavoro: senza la giusta dose di intelligenza emotiva sarà impossibile relazionarsi con la diversity che ogni impresa mira ad avere.



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