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Come affrontare un buon colloquio di lavoro

Domande da porre, quesiti insidiosi e cose da non dire: la job interview è ricca di momenti da governare al meglio. Con la giusta consapevolezza e qualche buona dritta, come quelle di inJob

  Lavoro

In collaborazione con: inJob

Ci sono diversi modi di approcciare il colloquio, perché la personalità dei candidati è diversa e quindi sarà differente il modo di gestire le numerose variabili della job interview.

Ogni persona ha la sua storia, professionale, formativa e personale, e quindi non ha senso, come a volte capita, fare confronti con le esperienze degli altri in materia di colloquio.

La capacità di comprendere e gestire gli aspetti più prettamente psicologici è quindi individuale; tuttavia, è noto che il colloquio abbia anche delle dinamiche che si ripetono e che quindi è possibile disinnescare, o attivare, con maggiore consapevolezza, preparandosi per tempo.

Quali sono? Tutte quelle che generalmente escono dal sondaggio e dal confronto sulle competenze e la formazione: in quel caso ci si sente saldi e in controllo, anche i recruiter in genere tendono a lasciar parlare. Diverso invece il caso in cui il candidato deve porre domande o schivare qualche quesito trabocchetto: il rischio di non performare al meglio, e risultare poco incisivi, aumenta. Con il supporto di inJob, multinazionale del job recruiting presente in Europa, Asia, Stati Uniti, ripassiamo le tre situazioni che rappresentano uno snodo decisivo per il successo del colloquio.

Le domande da rivolgere al recruiter


Spesso viene chiesto al candidato di porre domande. Ma quest’ultimo, invece di cogliere l’occasione per dimostrare interesse al ruolo e alle mansioni, o ai potenziali step successivi, crede di dover porre quesiti complessi sulla vita dell’azienda o sulla corporate culture. Non è così: chiedere delucidazioni sul ruolo e sulle mansioni è segno di profondo interesse. Più di altre domande, è una occasione concreta di conoscere cosa succede ogni giorno nell’impresa.

Del tutto lecite anche le domande sulle chance di crescita professionale, soprattutto quando il candidato ha già una storia di medio livello: il colloquio serve anche a capire se vale la pena essere assunti o scegliere un’altra opportunità.

Infine, la scottante domanda sulla retribuzione: farla o meno? Niente vieta di parlare di soldi, purché il tutto rientri in un interesse costruttivo volto a sondare, anche in questo ambito, il perfetto matching possibile tra le due parti in causa.

I quesiti trabocchetto

Passiamo invece a quelle domande che i candidati sanno che verranno poste. E che però, puntualmente, fraintendono. La prima per eccellenza è “mi parli di lei”: il colloquio è un’interazione professionale, non un bilancio sulla propria vita o un racconto dell’Io. Bisogna concentrarsi sull’obiettivo, enfatizzare le informazioni che colpiranno positivamente il recruiter e apriranno le porte di una seconda fase.

Altra insidia, il quesito su debolezze e gestioni di crisi e stress test in altri contesti: spesso la risposta manca, perché il candidato sposta l’accento su dinamiche emotive o personali, quindi sul carattere. La domanda serve però a capire quali margini professionali esistono da migliorare, quali attitudini invece hanno già retto alla prova del campo. Meglio quindi rintracciare esempi concreti, validi e ben basati invece di tirare in ballo astrattezze.

Occhio anche alla domanda che i recruiter pongono per capire dove il candidato si vede in futuro. Avere una propria visione della carriera, e degli obiettivi professionali, sul lungo medio termine è giustissimo. Palesare però delle visioni in contrasto con i piani dell’azienda non è una mossa furba: un gruppo che assume un professionista fa un investimento, anche economico. Meglio indicare scenari futuri coerenti con una crescita professionale e personale nell’azienda in cui ci si candida.

Meglio tacere che aprire bocca e…

Concludiamo questa rassegna con le cose che è meglio evitare di dire.

Nella storia dei colloqui qualcuno ha realmente posto la domanda “di cosa vi occupate esattamente”. Una pessima idea, che veicola anche un’immagine di incapacità, ad esempio quella di sfruttare i tanti canali che ci restituiscono la mission di un’azienda (sito, social, stampa, ecc).

Assolutamente vietato parlare male anche dei colleghi o dei team in cui si è lavorato: spesso si cerca un nuovo lavoro perché non si è stati bene nell’azienda precedente. Ma parlare male delle esperienze pregresse non depone bene e rischia di far sembrare il candidato rancoroso o poco flessibile.

Evitate anche di dire che considerate il ruolo una sorta di transizione verso altre posizioni più interessanti, un trampolino di lancio: potrebbe sembrare una sorta di malcelato disinteresse o contentino.

Social

Infine, meglio evitare espressioni, anche verbali, di sufficienza. Anche se avete scritto una cosa nel curriculum a caratteri cubitali, siate cortesi e ripetete anche l’ovvio se il recruiter lo chiede.

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